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L'ORGANIZZAZIONE DEL REGNO D'ITALIA.
1. Il problema più importante della politica interna italiana, dopo la proclamazione del Regno d'Italia, fu quello della sua organizzazione.
La Camera era divisa in due grandi schieramenti politici:
2. La Destra (1861-1876), che raccolse su di sé la grande tradizione politica del Cavour, si accinse alla difficile opera dell'organizzazione del nuovo Regno, mirando a cancellare dall'animo degli Italiani, fino a poco tempo addietro divisi in ben sette Stati, ogni traccia di regionalismo; e a neutralizzare la differenza tra nord (evoluto e istruito) e sud (arretrato ed analfabeta).
Prevalse perciò un concetto unificatore e accentratore, che si manifestò in ogni campo della vita pubblica.
Nel campo politico e costituzionale furono estesi a tutta l’Italia lo Statuto di Carlo Alberto, i medesimi Codici civile e penale, ecc.
Nel campo amministrativo l'Italia fu divisa in 59 provincie, con a capo un prefetto nominato direttamente dal ministro dell'Interno, secondo l'esempio dei dipartimenti francesi.
La burocrazia fu modellata su quella del Piemonte, ma aformare i suoi quadri furono chiamati elementi di tutte le regioni, specialmente meridionali.
Nel campo militare fu unificato l'esercito, che, pur mantenendo l'antica struttura piemontese, accolse numerosi ufficiali del disciolto esercito napoletano e parecchi volontari garibaldini; e fu estesa a tutta l'Italia la coscrizione obbligatoria.
Nel campo finanziario si procedette alla restaurazione delle finanze, nelle quali il debito pubblico dei vecchi Stati italiani ammontava a due miliardi, e il bilancio dello Stato presentava un disavanzo di quasi mezzo miliardo, mentre si profilavano le ingenti necessità del nuovo Stato per l'esecuzione di imprescindibili opere pubbliche (strade, ferrovie, scuole, ecc.).
Si mirò al pareggio per una duplice via: l'aumento delle imposte (impopolare la tassa sul macinato, che fece aumentare il prezzo del pane) e la riduzione delle spese.
Attesero a quest'opera, in modo particolare, i ministri Quintino Sella e Giovanni Lanza, i quali sacrificarono per essa ogni popolarità; ma soltanto nel 1876 il ministro Marco Minghetti potè annunciare alla Nazione che il pareggio era stato raggiunto.
3. Tra le maggiori difficoltà, che la Destra dovette affrontare dopo la proclamazione del Regno d'Italia, fu anche la cosiddetta questione meridionale.
Basti ricordare la lotta contro il brigantaggioe che, alimentato in parte dai Borboni riparati a Roma, ma determinato soprattutto dalle infelici condizioni in cui venne a trovarsi il Mezzogiorno dopo l'unità (concorrenza delle industrie del nord su quelle del sud per l'abolizione delle dogane, aumento dei tributi, coscrizione obbligatoria, ecc.), assunse dimensioni di notevole gravità, costituendo per lungo tempo un difficile problema politico per il nuovo stato.
LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA (1866). I problemi più importanti della politica estera italiana, dopo la proclamazione del Regno d'Italia, furono, come si è accennato, quelli del Veneto edi Roma.
Il problema del Veneto fu risolto seguendo la via indicata dal Cavour, cioè mediante l'alleanza con la Prussia.
Guglielmo I (1861-1888),re di Prussia, intendeva togliere all'Austria l'egemonia in Germania, per sostituirvi quella della Prussia.
Egli aveva cominciato col promuovere, per opera del generale Moltke, una grande riforma militare, portando l'esercito da 48.000 a 400.000 uomini; e, sotto la guida del suo geniale ministro Ottone di Bismarck, mirava ad isolare politicamente l'Austria, alleandosi coi nemici di essa.
Il Bismarck indusse il ministro Lamarmora a stringere un trattato di alleanza con la Prussia (1866), per il quale, in caso di una guerra contro l'Austria, il Veneto sarebbe stato assegnato all'Italia.
Pretesto alla guerra fu la rivalità tra la Prussia e l'Austria per la spartizione dei Ducati dello Schleswig, dello Holstein e del Lauenburg, che nel 1864 erano stati da esse conquistati alla Danimarca.
La guerra, cominciata il 16 giugno 1866 tra l'Austria e la Prussia, e il 19 giugno tra l'Italia e l'Austria, ebbe uno svolgimento rapidissimo.
L'esercito prussiano, al comando del maresciallo Moltke, penetrò in Boemia e vinse gli Austriaci a Sadowa (3 luglio), giungendo a pochi chilometri da Vienna: il re Guglielmo I avrebbe voluto penetrare nella capitale, ma il Bismark, per non umiliare troppo l’Austria (che egli desiderava avere neutrale in una eventuale guerra contro la Francia), vi si oppose.
L'esercito italiano, privo di unità di comando per la rivalità fra i generali Lamarmora e Cialdini, fu invece sconfitto a Custoza (24 giugno); e soltanto dopo la vittoria prussiana di Sadowa, quando l'Austria fu costretta a ritirare le sue truppe per lanciarle sul fronte prussiano, il Cialdini si decise a passare il Po, giungendo quasi fino all'Isonzo.
Alla sconfitta di Custoza si aggiunse poi un'altra grave sconfitta per mare: la flotta italiana, per quanto superiore a quella austriaca, per un imperdonabile errore dell'inetto ammiraglio Persano (che durante l'azione volle passare dalla nave ammiraglia «Re d'Italia» su un'altra nave munita di torri corazzate), subì la sconfitta di Lissa (20 luglio 1866) ad opera del giovane e audace ammiraglio austriaco Tegettboff.
Soltanto Garibaldi, sempre imbattibile, vinceva gli Austriaci a Bezzecca (21 luglio) e stava ormai per puntare direttamente su Trento, quando, iniziate trattative di armistizio tra l'Italia e l'Austria, dovette deporre le armi, pronunciando la famosa parola: «Obbedisco!»(9 agosto).
La guerra terminò con la Pace di Praga (23 agosto 1866) tra la Prussia e l'Austria, per cui l'Austria, oltre a cedere alla Prussia i diritti sui Ducati dello Schleswig e dell'Holstein, perdette la sua influenza sugli stati tedeschi, e con la Pace di Vienna (3 ottobre 1866) tra l'Italia e l'Austria, per cui l'Austria cedette il Veneto a Napoleone III, che a sua volta lo consegnò all'Italia.
Il problema del Veneto era in tal modo risolto a metà: il Trentino e la Venezia Giulia rimanevano ancora esclusi dal territorio nazionale.
ROMA, CAPITALE D'ITALIA. - Il problema di Roma, a differenza di quello del Veneto, non potè essere risolto seguendo la via indicata dal Cavour, cioè mediante trattative pacifiche con Napoleone III e il Pontefice, ma mediante la forza delle armi.
Il MINISTERO RICASOLI (1861-62), successo al Cavour, tentò trattative pacifiche, inviando anche una lettera a Pio IX, ma questi non si degnò neppure di rispondere.
Il MINISTERO RATTAZZI (1862), noto per le sue simpatie verso i democratici, condusse una politica incerta, che rese possibile il doloroso episodio di Aspromonte (29 agosto 1862). Nel giugno 1862 Garibaldi, fidando nella protezione governativa, sbarcò a Palermo, e, al grido di «O Roma o morte!», passò lo stretto di Messina per avviarsi verso Roma.
Ma il Rattazzi, per le energiche rimostranze di Napoleone III, fu costretto ad inviare delle truppe, che ad Aspromonte (in Calabria) sbarrarono il passo ai Garibaldini, e, per quanto vi fosse l'ordine di non sparare, si ebbero morti e feriti da ambo le parti.
Garibaldi, ferito al piede destro, fu arrestato e rinchiuso nel forte di Varignano, presso La Spezia; ma poco dopo, in seguito ad un'amnistia, venne liberato e potè ritornare a Caprera.
Il Rattazzi, in seguito all'episodio di Aspromonte, dovette dimettersi.
Il MINISTERO MINGHETTI (1863-64) ritornò alle trattative pacifiche, concludendo con Napoleone III la cosiddetta Convenzione di settembre (15 settembre 1864).
Questa Convenzione stabiliva che la Francia avrebbe ritirato entro due anni le sue truppe da Roma, mentre il governo italiano si impegnava a difendere da qualunque attacco esterno lo Stato pontificio; e, a prova di tale impegno, si impegnava a trasferire la propria capitale da Torino a Firenze.
Ma Torino si rivoltò in modo sanguinoso (cinquanta morti); e il Minghetti, in seguito a questi tumulti, dovette dimettersi.
Tre mesi dopo la Convenzione di settembre Pio IX pubblicò il famoso Sillabo (dicembre 1864), che condannava quasi tutte le dottrine dello Stato liberale (separazione della Chiesa dallo Stato, libertà di coscienza, sovranità popolare, abolizione del potere temporale, ecc.).
Il secondo MINISTERO RATTAZZI (1867), successo ai ministeri Lamarmora e Ricasoli, ritornò alla politica incerta che aveva causato l'episodio di Aspromonte, rendendo possibile l'analogo e non meno doloroso episodio di Mentana (3 novembre 1867).
Nell'agosto 1867 Garibaldi, fidando ancora nella protezione governativa, radunò dei volontari in Toscana e si accinse a varcare i confini dello Stato pontificio; ma per le rimostranze di Napoleone III fu arrestato a Sinalunga (presso Siena) e relegato a Caprera sotto la sorveglianza delle navi regie (settembre 1867).
Poco dopo però il Garibaldi, eludendo la sorveglianza delle navi, fuggì da Caprera e riprese il comando dei suoi volontari (20 ottobre), mentre il Rattizzi, piuttosto che affrontare la nuova situazione, rassegnava le dimissioni.
Il MINISTERO MENABREA (1867-69) fu in tal modo sorpreso dagli avvenimenti.
Il piano di Garibaldi consisteva nel promuovere una insurrezione a Roma, per opera dei fratelli Enrico e Giovanni Cairoli, in modo che egli, cogliendo il pretesto della insurrezione, avrebbe varcato i confini dello Stato pontificio.
Ma i fratelli Cairoli, dopo aver risalito il Tevere con settanta volontari per portare armi agli insorti, non trovarono nessuno, e, sorpresi a Villa Glori (23 ottobre) dalle milizie pontificie, furono quasi tutti feriti od uccisi.
Il Garibaldi, nonostante questo insuccesso, varcò il confine e sconfisse le truppe pontificie a Monterotondo (25 ottobre); ma affrontato a Mentana (3novembre) dalle truppe francesi, fu sconfitto e costretto a ritirarsi.
Ripassato il confine, fu arrestato e rinchiuso nuovamente nel forte di Varignano; ma poco dopo venne liberato e potè ritornare a Caprera.
Alcune settimane dopo il ministro francese deglí esteri proclamava alla Camera che «giammai! (jamais!)»gli Italiani sarebbero entrati in Roma.
Il MINISTERO LANZA (1869-73), trovatosi al potere durante il conflitto franco-prussiano, approfittò della caduta dell'Impero napoleonico per ottenere con le armi la conquista di Roma (20 settembre 1870).
Prima di iniziare le ostilità Vittorio Emanuele II inviò a Roma il conte Ponza di S.Martino con una lettera per Pio IX, allo scopo di persuadere il Pontefice ad una occupazione pacifica, ma ne ebbe in risposta uno sdegnoso rifiuto (« non possumus »).
Fu allora dato ordine al generale Raffaele Cadorra di varcare il confine, e il 20 settembre, dopo aver vinto la debole resistenza delle truppe pontificie (Pio IX aveva dato ordine al generale Kanzler di non spargere sangue e di fare soltanto una resistenza passiva), attraverso la famosa breccia di Porta Pia, l'esercito italiano entrava nella Città eterna.
L'anno seguente ebbe luogo il trasferimento della capitale da Firenze a Roma, e Vittorio Emanuele vi fece il suo ingresso ufficiale.
La Legge delle guarentigie. - La Legge delle guarentigie, che intese regolare i rapporti tra lo Stato italiano ed il Papato, si ispirò sostanzialmente al concetto cavouriano di «libera Chiesa in libero Stato ».
Essa stabiliva le seguenti norme fondamentali:
Ma questa legge non fu accettata dal Pontefice; e rimase pertanto una legge interna dello Stato italiano. La questione romana era in tal modo risolta anch'essa a metà: alla violenza delle armi doveva seguire la conciliazione diplomatica.
Fonte: http://www.calamandrei2013.altervista.org/regno_ditalia.doc
Sito web da visitare: http://www.calamandrei2013.altervista.org
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